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La ballata di Totti e Spalletti: la stanchezza del leader, le paure del tecnico

Ormai si sa, che si vinca o che si perda da tre mesi a questa parte a Roma la storia è sempre la stessa: la situazione contrattuale di Francesco Totti ha preso il sopravvento su tutto, catalizza incessantemente l’attenzione di tifosi e media, attira i malumori dei compagni e del tecnico Luciano Spalletti – con il quale lo storico capitano giallorosso è ormai notoriamente ai ferri corti. I fatti di ieri non hanno fatto altro che certificare ancora una volta il problema, che sembra ormai esploso in tutta la sua sostanza: quel che resta da fare ora è riassumere per sommi capi il corso degli eventi e analizzare il comportamento dei protagonisti del conflitto che sta lacerando lo spogliatoio romanista.

Se è vero che Totti è la Roma la Roma è finalmente riuscita a distruggersi da sola. Intrappolata in un vortice di riconoscenza e spasmodica ricerca dell’approvazione dei suoi tifosi la società giallorossa ha difeso per anni a spada tratta il suo capitano continuando a considerarlo una risorsa e non un peso, una soluzione e non un problema, fin quando i nodi non sono venuti improvvisamente tutti insieme al pettine – si fa per dire… – di Luciano Spalletti, leader carismatico e ingombrante al pari del suo #10.
Conscio dell’ipertrofia del suo ego, il tecnico di Certaldo ha realizzato subito dopo aver rimesso piede nello spogliatoio giallorosso che due personalità tanto forti e contrastanti non avrebbero potuto resistere a lungo, e – a torto o a ragione – ha scelto di dirimere la controversia nel modo più estremo, emarginando gradualmente Totti a vantaggio delle altre più rapide frecce offensive nella sua faretra e continuando tuttavia ad elogiarlo agli occhi di una stampa e di una città che probabilmente non sarebbero mai state pronte ad affrontare un momento tanto struggente.

Ma nemmeno un filotto di risultati e prestazioni francamente invidiabile ha distratto la Brigata Pupone dallo shock: le continue e massacranti domande dei giornalisti e le reiterate pressioni del giocatore hanno lentamente logorato il tecnico, che giorno dopo giorno ha perso in tranquillità e sicurezza fino a quando solo contro tutti non è esploso negli spogliatoi di Bergamo a margine di un pareggio – il secondo in pochi giorni – deludente e delegittimante, puntando il dito con arroganza ma nonostante ciò comunque con onestà intellettuale contro la mentalità chiusa e autoreferenziale che ormai da troppi anni inficia – dato oggettivo – i risultati del club.

Dove finisce il freddo racconto dei fatti iniziano le considerazioni: questa storia ci dice molto riguardo due dei personaggi più controversi, amati e discussi del nostro calcio, ben più di quanto possa sembrare.

Il conflitto tra giocatore e allenatore ci dice in primis che Spalletti non è esattamente prime time, come lo aveva definito in una celebre confereza stampa uno dei suoi più acerrimi rivali in panchina, José Mourinho. Spalletti parla spesso ed è amico di molti, sì, ma non di tutti: dal suo ritorno sulla scena nazionale non le ha mandate a dire davvero a nessuno, arrivando persino a punzecchiare il noto telecronista Fabio Caressa – reo di avere aperto un sondaggio televisivo per testare la volontà dei sostenitori della Roma di vedere o meno Totti titolare nel derby.
L’impressione è che il tecnico di Certaldo inizi a sentire il peso di una carriera spesa a seminare raccogliendo poco: l’attenzione ai dettagli, già in precedenza sua peculiarità, è diventata maniacale, ed ogni sconfitta lo incupisce oltremodo. Prima che con Totti Spalletti pare non essere in pace con se stesso: tornare a Roma sembra sia stato un atto dovuto più che un piacere, come se l’aver proposto un calcio spumeggiante senza mai riuscire a vincere un campionato non solo non gli bastasse ma lo infastidisse al punto di negarsi a qualsiasi altra squadra per provare di nuovo a planare sul tetto d’Italia con la società alla quale aveva dato di più.

Ma non solo. Lo scontro ci consegna anche un Totti incredibilmente remissivo e stanco, svuotato di qualsiasi energia, seduto sul ciglio della propria carriera ad osservarne impotente e triste una fine oltremodo ingloriosa. Forse Francesco si è reso conto di aver dato per la maglia più di quello che la maglia avrebbe potuto dare a lui, forse si è pentito di non avere accettato qualche contratto importante in passato cedendo alla corte di club come il Milan o il Real Madrid che ne avrebbero riempito la bacheca personale di trofei internazionali: di certo qualcosa non va, e questa situazione non fa che peggiorare lo stato d’animo di un campione sul viale del tramonto.

Il rischio – grave – è che Spalletti venga ricordato a Roma prima che per i risultati per il trattamento riservato a Totti e che Totti venga ricordato a Roma seduto in panchina in attesa che il tecnico lo chiami per giocare cinque minuti nel finale e non per tutto il resto. Forse mettersi una mano sulla coscienza e riporre la spada mascherando il malumore con un velo di ipocrisia almeno fino a fine stagione converrebbe ad entrambi. Ma in fondo potrebbe già essere troppo tardi.

LoSport24

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