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Brexit e i suoi scenari: come può cambiare la Premier League

Come reagirà il calcio inglese all’immediata svalutazione della sterlina? Cosa faranno gli investitori stranieri della Premier League? Quale sarà il destino dei giocatori cittadini dell’Unione Europea? Saranno “trattati” alla stregua di quelli extracimunitari?
Brexit: 46 milioni e mezzo di inglesi hanno scelto di non far più parte dell’Unione Europea innescando un effetto domino di 32 referendum preordinati da 45 partiti continentali, oltre alle repliche dai confini del Regno Unito fra Nicola Sturgeon animatrice di una Scozia parte dell’Unione Europea e Declan Kearney promotore dell’Irlanda Unita e indipendente dal Regno.

Perché la Premier League non voleva Brexit

Allo stato attuale delle cose, c’è una veduta drammatica sui mercati europei, ma in termini economici e commerciali sarà l’Inghilterra a dover saldare le peggiori conseguenze del Brexit. Per questo, a inizio settimana, tutti i 20 club della Premier League avevano espresso il loro favore sulla permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea. Così aveva parlato l’amministratore delegato Richard Scudamore al convegno annuale dell’Institute of Directors:

Credo che noi, nel Regno Unito, dobbiamo essere in Europa per una prospettiva di carattere commerciale. Credo nella libera circolazione delle merci, ma quando si tratta di servizi, soprattutto nel mondo audiovisivo, dobbiamo avere un diritto al territorialismo”

Come non detto… La Brexit renderà più difficile la difesa dei diritti di proprietà intellettuale, specie sottoforma di contratti di trasmissione merci e proprio mentre i club della Barclays Premier League s’apprestavano a guadagnare (molto) di più per effetto dei nuovi diritti televisivi nazionali e internazionali, in vigore dalla prossima stagione.

La Premier League è diventata nell’ultimo decennio la mecca degli investitori stranieri, con 14 club del massimo campionato inglese di proprietà totale o sostanziale di imprenditori esteri. Se da una parte l’effetto Brexit favorirà in termini economici l’acquisto di un club da parte di un fondo straniero, è anche vero però che si complicheranno i nuovi accordi commerciali fra le aziende britanniche e i fondi esteri in base alla borsa… Ovvero meno investimenti da parte di società estere che, fino a ieri, hanno tratto vantaggio dalla partecipazione della Gran Bretagna al mercato di libero scambio dell’Unione Europea. Una nuova generazione d’investitori attratti da una logica di profitto finanziario potrebbe quindi “ritirarsi” per il rischio di un crollo della sterlina, scoraggiando ogni forma di investimento.

Il tesseramento dei giocatori stranieri

Allo stato attuale, circa il 65% dei giocatori che militano in Premier League sono stranieri. Nel campionato inglese, non c’è un limite di calciatori extracomunitari tesserabili dai club mentre tutti i giocatori europei (in possesso del passaporto UE) giovano della libera circolazione dei lavoratori nei paesi che aderiscono all’Unione Europea.

Si tratta ora di capire, e non ci è dato saperlo se non ipotizzando gli scenari possibili, come saranno “trattati” in materia di tesseramento i calciatori europei:

Come gli extracomunitari che per giocare in Premier League, ovvero ottenere un permesso di lavoro, devono aver disputato il 75% delle partite con le loro Nazionali negli ultimi 2 anni

Secondo nuove regolamentazioni per il tesseramento dei calciatori cittadini dell’UE

Con la (molto probabile) richiesta da parte del Governo inglese di permanenza della Premier League nello Spazio Economico Europeo, lasciando di fatto le norme immutate.

Se invece il Brexit romperà ogni rapporto in essere sulla libera circolazione dei lavoratori, eguagliando i calciatori dell’Unione Europea a quelli extracomunitari, i club di Premier League si dovrebbero rapportare alle regole FIFA per il tesseramento dei giocatori in base a una percentuale di apparizioni internazionali, e su scala variabile nel ranking FIFA del paese di provenienza. Norme che avrebbero permesso a solo 50 degli attuali 161 giocatori stranieri della Premier League di ottenere un permesso di lavoro. Pensate allora al recente passato della Premier League fra Eric Cantona, Paolo Di Canio o Cristiano Ronaldo, ma anche al fatto che:

Molti calciatori sudamericani “aggirano” ad oggi le restrizioni della FA richiedendo il passaporto spagnolo o portoghese, o si avvalgono dei requisiti già soddisfatti con la permanenza in un campionato di un altro paese dell’Unione Europea (esempi: Angel Di Maria, Diego Costa, Leonardo Ulloa).

Molti giocatori stranieri vengono ingaggiati da club della Premier League e poi “girati” in prestito in altri campionati dell’Unione Europea con regole meno restrittive per l’ottenimento della cittadinanza UE, e quindi richiamati nel club d’appartenenza.

L’Articolo 19 per il tesseramento dei giocatori minorenni

Secondo le norme FIFA, i trasferimenti internazionali di calciatori di età inferiore ai 18 anni sono vietati. Queste regole non si applicano però ai giocatori di età compresa fra i 16/18 anni che si spostano all’interno dell’Unione Europea o del SEE (Spazio Economico Europeo). E anche qui, come cambierà lo scenario della Premier League nel dopo-Brexit? I club inglesi non avranno più la possibilità di tesserare giovani calciatori provenienti dal continente – come in passato Cesc Fabregas, Paul Pogba o Hector Bellerín – se i cittadini dell’Unione Europea verranno “parificati” ai lavoratori extracomunitari?

Un calciomercato di inglesi dal lato debole

La Premier League ha promosso la continuazione del Regno Unito nell’Unione Europea per ragioni strettamente finanziarie. Tutto o quasi ruota intorno alla sterlina, che stanotte ha subito una svalutazione dell’8% per gli effetti immediati del Brexit. Detto questo, chi comprerà in Inghilterra gioverà di probabili agevolazioni monetarie nel cambio euro/sterlina, per non parlare dei nuovi investitori cinesi già protagonisti in Italia con il potente Yuan. I club inglesi saranno il lato debole del calciomercato per la svalutazione della sterlina e l’incertezza di come il Regno Unito dovrà ri-negoziare gli accordi commerciali. Se poi i contratti dei giocatori dell’Unione Europea venissero negoziati in euro invece che in sterline, muterebbero i costi salariali complessivi dei club di Premier League comportando contrasti di fairplay finanziario per l’acquisto di giocatori stranieri. Un problema ulteriore s’avrebbe infine se il Governo inglese dovesse introdurre delle tasse per il tesseramento di giocatori stranieri, ma ogni effetto non sarà immediato con un’eventuale proiezione (almeno) biennale di tutti gli scenari possibili sul calcio inglese post-Brexit.

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