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Ghetto di Venezia, festeggia si festeggia i tanti significati per i suoi 500 anni

Nel 1516, il 29 marzo, è una data storica,  parliamo del ghetto di Venezia, la storia racconta che il Senato della Serenissima delibera di trasferire tutti gli ebrei presenti a Venezia nell’area del Ghetto. Nasce così il primo Ghetto ebraico al mondo, il più antico ma anche il più aperto, unico nell’universo dei luoghi urbani di costrizione per essere quasi sospeso in mezzo alla città, circondato da edifici che si espandono solo in altezza.Vittorio Colombo che ha una titolare della libreria Don Chisciotte ci racconta “La mia famiglia ha origini ebraiche, ma non ho avuto un’educazione religiosa e ho scoperto queste radici ormai quasi adulto. Ci sono moltissime cose da dire del ghetto; la sua originalità rispetto all’urbanistica lagunare, cosa non da poco in una città che sembra uniformemente storica ma in realtà assai varia. E’ uno dei pochi angoli a ricordarci la Venezia di un tempo, ancora viva e vissuta, la città delle donne sedute in campo, intorno a una vera da pozzo”.

Oggi vivono nel ghetto una trentina di ebrei ance se risultano più di 500 gli iscritti alla Comunità ebraica.

Questo luogo è speciale per il patrimonio intatto delle sue sinagoghe e un Museo che non ha paragoni nel resto d’Europa, un incontro di culture. Infatti i veneziani ed i turisti stanno contribuendo al restauro delle preziose vetrate della sinagoga spagnola, destinando a questo scopo un euro del biglietto d’ingresso.

Per il Rabbino della Comunità ebraica di Venezia, Scialom Bahbout racconta quando arrivò a Venezia nel 1954 “La prima volta venni a Venezia mia madre lavorava nella Casa di riposo e io e mia sorella arrivavamo da Tripoli per festeggiare la Pasqua. Nel menu c’era la polenta di mais, un piatto che non avevamo mai mangiato nella ricorrenza. Mi fece impressione ma testimoniava quanto anche nella cucina le barriere razziali fossero state infrante”.

Manuela Dviri, autrice tra l’altro di “Un mondo senza noi” ha un ricordo malinconico “Il ghetto di Venezia, nonostante il suo straordinario fascino, mi fa sempre una certa malinconia. Adoro l’eleganza delle sue scole e l’incanto misterioso dei suoi dedali e cunicoli, segreti e labirinti, e nello stesso tempo, con quei suoi palazzi di sette piani in cui si viveva ammassati perché altra soluzione non c’era, rimane per me sempre e comunque angosciante, simbolo di repressione e costrizione in cui i miei avi furono costretti per secoli”. E’ passato mezzo millennio dalla sua creazione, afferma, e sembra che i muri, i ghetti e i reticolati stiano tornando di moda, anzi molti se li augurano, per potersene chiudersi dentro o per chiuderci dentro altri, quelli che sono diversi da noi e che ci fanno una gran paura. Ma la paura è una pessima consigliera.Per questo il ghetto deve rimanere ammonimento contro ogni chiusura, fisica o mentale, ogni costrizione e ingiustizia un inno alla libertà e all’apertura all’altro, per quanto difficile possa essere”.

Per celebrare e ricordare in chiave storica ma anche contemporanea i tanti significati di questo luogo, è stato costituito un Comitato con il compito di coordinare le molte iniziative dedicati a “I 500 anni del Ghetto di Venezia“.

Al massimo livello le misure di sicurezza, anche con la chiusura nel pomeriggio al traffico acqueo di alcuni canali.

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