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Un vaccino universale contro i tumori, possibile?

L’ultima frontiera dell’immunoterapia oncologica. Il sacro Graal dell’oncologia. Una soluzione universale contro i tumori. Così nei giorni scorsi è stata accolta la pubblicazione su Nature del paper di Ugur Sahin della Johannes Gutenberg University. E in effetti, a scorgere le pagine dello studio, compaiono sia le parole vaccino che universalmente (applicabile), ma ancora siamo ben lungi da quella acclamata come un grande passo avanti nel campo dell’oncologia. Senza nulla togliere allo studio, quelli pubblicati su Nature sono risultati preliminari, condotti per lo più sui modelli animali e su un numero davvero limitato di pazienti. Basterebbe questo a far capire che non stiamo (ahinoi) ancora parlando di un vaccino universale contro il cancro. Più propriamente siamo di fronte ai primi stadi nello sviluppo di un vaccino contro il cancro, potenzialmente – e va sottolineato – universale. Perché?

Lo studio presentato sulle pagine di Nature riguarda la problematica sfida di sviluppare vaccini contro il cancro. Perché problematica? Come racconta anche un articolo che accompagna lo studio, sostanzialmente sono tre i problemi per cui è difficile sviluppare un vaccino contro il cancro. Punto primo: spesso le cellule tumorali, per quanto tali, sono alquanto simili a quelle proprie e sane dell’ospite, motivo per cui il sistema immunitario, progettato per difenderci da ciò che è estraneo al corpo, stenta a identificarle e combatterle. Secondo: a volte la crescita di un tumore non si accompagna a una risposta infiammatoria sostenuta che dà l’avvio a una risposta immunitaria, come quella che si osserva per esempio nel caso delle infezioni microbiche. Terzo: il tumore cresce ed evolve a fianco del sistema immunitario, tanto che questo a volte diventa tollerante nei confronti del tumore, incapace di riconoscerlo e aggredirlo, anzi a volte le cellule del sistema immunitario vengono trasformate in vere e proprie aiutanti del cancro.

Non stupisce quindi che le strategie anticancro mirino a sovvertire almeno uno di questi punti, per esempio con gli approcci di terapia genica che cercano di rendere le cellule del sistema immunitario, come i linfociti T prelevati dagli stessi pazienti, più abili nel riconoscere il tumore e più aggressive nei suoi confronti.

Il team di Sahin ha invece puntato su un altro approccio, sempre di immunoterapia oncologica, identificando nel termine quelle strategie che mirino a combattere il cancro indirettamente, potenziando ciò l’armamentario delle difese immunitarie più che colpendo direttamente le cellule malate, in modi diversi.

Sahin e colleghi hanno cercato di risvegliare il sistema immunitario inducendo una risposta simile a quella che si potrebbe avere nel caso dell’attacco da parte di un virus. Come? Costruendo delle nanoparticelle che ricordano alcuni virus, ovvero inglobando pezzetti di rna all’interno di una membrana lipidica. I ricercatori hanno quindi lavorato per far in modo che queste particelle raggiungessero i target desiderati nel sistema immunitario, le cellule dendridiche. Queste cellule traducono l’rna in una proteina, che a sua volta è un antigene tumorale, ovvero una molecola distintiva del tumore. In ultima analisi il processo avviato dalla traduzione della proteina porta all’attivazione dei linfociti T contro il tumore che esprime quella proteina (il processo è un po’ più complesso in realtà). Bene, somministrando queste particelle ad alcuni topi i ricercatori sono riusciti a mostrare come un approccio di questo tipo riesce a combattere i tumori esistenti, diversi tipi. E nell’uomo?

L’esperimento adattato e ripetuto su tre pazienti ha mostrato che anche nell’essere umano le particelle contenenti rna sembrano funzionare. In particolare, così come nei modelli murini, gli scienziati hanno osservato picchi di interferone alfa (IFNα, con proprietà antitumorali) e risposte antigene-specifiche da parte dei linfociti T. Risultati di sicuro interessanti ma che non permettono affatto di parlare di vaccino universale. A giustificare gli strilli dei giornali il fatto che, come spiegano i ricercatori, in teoria si possono costruire nanoparticelle con diversi tipi di rna, ciascuno con un diverso tipo di proteina, ciascuna potenzialmente caratteristica di ogni tumore. Ma si tratta ancora di studi che sono alle primissime fasi di sviluppo: per parlare di vaccino contro il cancro universale sarebbero necessari grandi trial, condotti su numerose persone, con diversi tipi di cancro. Come ribadisce anche l’Nhs, non abbiamo in sostanza prove che questo approccio sia sicuro ed efficacie negli esseri umani. Non sempre quanto osservato negli animali vale allo stesso modo anche per gli esseri umani.

A ricordarcelo, da Chicago, dove si è appena concluso il meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco), è anche Paolo Ascierto, direttore dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli: “È ancora presto di sicuro per parlare di vaccino universale, anche considerato che i ricercatori, in riferimento ai pazienti con melanoma, parlano unicamente di dati di attivazione del sistema immunitario”. Ma allargando lo sguardo all’universo dell’immunoterapia oncologica di cui tanto si è parlato nei giorni scorsi al congresso, le promesse sono altrove: “Al momento abbiamo farmaci moto più potenti dei vaccini, come gli anticorpi monoclonali anti-PD1 e anti-CTLA4. Farmaci che stanno cambiando la storia di malattie come il melanoma, il tumore al polmone e quello al rene”, ricorda Ascierto.

Il riferimento è agli anticorpi sviluppati negli ultimi anni per rimuovere i freni inibitori presenti nelle cellule del sistema immunitario, quali appunto il PD-1 e il CTL4 o LAG3. Rilasciano i freni infatti i linfociti T sono in grado di scatenare il proprio attacco verso invasori e cellule maligne. “Un’altra strategia nella lotta ai tumori molto promettente, e che riguarda sempre gli anticorpi monoclonali, è quella di cercare di accelerare l’attività del sistema immunitario, spingendo sull’acceleratore invece che rimuovendo i freni”, aggiunge Ascierto, riferendosi agli studi in corso con anticorpi anti-OX40, anti-CD40 e anti-CD137. “Il futuro prossimo dell’immuno-oncologia prima ancora che puntare sui vaccini terapeutici punta su questi farmaci, e sulla loro combinazione”, conclude il medico.

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