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“Regeni ucciso da una banda di rapinatori”

Una banda specializzata in rapine a stranieri al Cairo, sgominata ieri, sarebbe «dietro all’uccisione dell’italiano Giulio Regeni». E per avvalorare questa tesi il ministero degli Interni egiziano ha diffuso un comunicato in cui scrive che «i documenti di Giulio Regeni sono stati trovati nella casa di una sorella di uno dei banditi uccisi». «La residenza, nel governatorato di Qalyubiyya» nel delta del Nilo, a nord del Cairo, «della sorella del principale accusato, che si chiama Rasha Saad Abdel Fatah, 34 anni, è stata presa di mira perché le indagini hanno dimostrato che lui andava da lei di tanto in tanto», si legge nel comunicato. Il ministero degli Interni ha anche postato sulla sua pagina facebook le foto del passaporto del ricercatore trovato morto il 3 febbraio scorso e del tesserino dell’università di Cambridge e dell’Università americana al Cairo. Sempre secondo la polizia egiziana «Le donne hanno confessato che le cose rinvenute sono il frutto di attività criminali del principale accusato. La donna ha confermato di conoscere le attività criminali di suo fratello che nascondeva presso di lei parte della refurtiva. Lei era assieme a Mabrouka Ahmed Afifi, 48 anni, sposa dell’accusato numero uno».

 

Secondo il ministero degli Interni, i documenti si trovavano in «una borsa rossa con sopra la bandiera italiana», insieme ad altri effetti personali appartenenti a Giulio Regeni, come la sua carta di credito e due cellulari. L’appartamento nel quale sono stati rinvenuti è di proprietà della sorella di uno dei membri della banda che, secondo le autorità, era dedita al sequestro di stranieri, il 52enne Tarek Saad. La moglie, interrogata, ha sostenuto che la borsa rossa appartiene al marito. Ieri, Saad, insieme al figlio 26enne e ad altri due uomini di 40 e 60 anni, erano rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia che li aveva individuati e stava cercando di arrestarli. Secondo il ministero degli Interni, i sospetti facevano parte di una banda che rapiva straniera allo scopo di derubarli: i quattro sarebbero stati coinvolti in nove casi del genere. Sulle notizie date dal ministero degli Interni egiziano è intervenuto con un tweet l’ex premier Enrico Letta che si dice scettico sulla versione ufficiale.

Fonte: corriere.it

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