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La posta in gioco al referendum sulle trivellazioni

Sono probabilmente ancora pochi a saperlo, ma il 17 aprile gli italiani saranno chiamati a votare al referendum sulle trivellazioni per la ricerca di petrolio entro 12 miglia (22,2 chilometri) dalla costa. In caso sia raggiunto il quorum (50%+1 degli aventi diritto a votare) e vincano il sì, le attuali concessioni per le trivellazioni non potranno più essere prorogate o rinnovate una volta scadute né potranno essere rilasciate altre concessioni.

Sono 21 i giacimenti di petrolio interessati dal referendum che dovrà decidere se si potrà continuare ad utilizzarli (o completare le esplorazioni sulle loro potenzialità) oppure no, ma la compagnia anglo-olandese Shell, titolare di 2 concessioni nello Ionio ha già deciso di rinunciare a ogni attività per focalizzarsi sul Golfo Persico. Secondo il Ministero dello Sviluppo economico, le piattaforme entro il limite delle 12 miglia sono 92, corrispondono a 35 concessioni, mentre oltre quel limite ce ne sono 43. In totale ci sono 135 piattaforme, di cui 79 attive, a cui corrispondono 463 pozzi.

L’Italia è l’unico Paese europeo che importa energia, per una quota pari al 5% del suo fabbisogno complessivo ma se secondo i difensori delle trivellazioni lo sfruttamento dei giacimenti vicino alle sue coste può ridurre questa dipendenza dall’estero e non lasciare che sia solo la Croazia a impossessarsi di quanto c’è nell’Adriatico (ma il referendum in effetti non riguarda le trivellazioni in mare aperto e la Croazia oltre a non avere autorità per rilasciare concessioni così vicino alle coste italiane ha bloccato le trivellazioni di sua competenza), per i cosiddetti No-Triv esplorazioni e sfruttamento dei giacimenti rappresentano un danno sia ambientale con potenziali ricadute negative sul turismo.

L’Italia consuma ogni anno 46,5 milioni di tonnellate di petrolio equivalente (Mtoe), per la maggior parte (il 70%, circa 32,5 Mtoe) per i trasporti, il resto per industria e riscaldamento e solo una piccola parte (4,5 Mtoe, con un trend in calo costante) è destinata alle centrali per la produzione di energia elettrica. La produzione nazionale è di soli 5,7 Mtoe, il 12% del fabbisogno complessivo.
Sulle trivellazioni Stato, Regioni e Comuni percepiscono e si spartiscono royalties calcolate sul valore di vendita delle quantità prodotte: per le produzioni a terra tali royalties sono del 10%,  per quelle a mare sono del 7% per il gas e del 4% per il petrolio, e sono applicate sul valore di vendita delle quantità prodotte.

Le royalties per le produzioni di idrocarburi in terraferma sono ripartite per il 55% alle Regioni, il 30% allo Stato e il 15% ai Comuni (alcune eccezioni di maggior favore vengono fatte per la Regione Basilicata, la quale incamera anche la quota destinata allo Stato). Per le estrazioni a mare (offshore), invece, la suddivisione è per il 45% allo Stato e per il 55% alla Regione adiacente per le produzioni ottenute entro la fascia delle 12 miglia (mare territoriale), mentre oltre tale limite le royalties sono interamente dello Stato.

Contro le trivellazioni si sono schierate 10 Regioni, che hanno ottenuto l’indizione del referendum (suggerito per primo da Giuseppe Civati): Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna,Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. L’Emilia Romagna ha invece preoccupazioni diverse, perché il blocco delle trivellazioni in mare, seppur non tutte, potrebbe avere ricadute preoccupanti, anche in termini occupazionali, su Ravenna, importante centro per tutto quanto riguarda le attività off-shore.

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